Cari democratici e care democratiche,
dico da subito che questo sarà il mio ultimo intervento da coordinatore del PD del IV Municipio.
Mi dimetto per varie ragioni, che ora elenco e che cercherò nel mio intervento di spiegare.
La prima è che nel Lazio e nel Paese abbiamo perso. Un gruppo dirigente intero deve essere messo in discussione.
Io non ho paura di farlo anche se sono nel mio ruolo da appena un anno.
Certo non sposo i giudizi interessati dati sui giornali locali da qualche ambizioso membro del coordinamento. Mi dimetto infatti non perché sono una delle persone responsabili della sconfitta ma perché sono una persona responsabile. Perché serve una scossa a questo partito, a tutti i livelli.
E io nel mio piccolo la posso dare solo così.
Mi dimetto anche perché, e ci tornerò, continuo a vedere alcuni dei più illustri esponenti di questo territorio impegnati in crociate interne. Perché da mesi vedo alcuni di loro al lavoro per far chiudere i circoli che non sono i propri e a mettere altri che non siano se stessi in cattiva luce.
E io non ci sto più a questo gioco al massacro.
Mi dimetto perché il coordinatore municipale è una figura inutile, senza alcun ruolo nel confronto con gli iscritti e soprattutto nel rapporto con gli eletti.
E riscrivere il ruolo di questa figura sarà il mio impegno nel prossimo congresso cittadino.
Mi dimetto perché infine il nostro radicamento è diventato una rete di rapporti personali che nessuno vuole mettere a disposizione del partito e della causa comune. Perché è un’occasione di conta interna tra correnti.
E a me la correnti non interessano.
Mi dimetto perché tutto questo è talmente evidente che i nostri elettori lo hanno capito benissimo da tempo.
O almeno, molti miei amici democratici me lo hanno fatto notare.
* * *
Negli ultimi giorni la federazione romana ha avviato una riflessione sul nostro risultato elettorale che è una riflessione sul partito ovviamente.
E’ stato detto che quell’analisi del voto “non solo era doverosa”, ma andava fatta “immediatamente” per proseguire come gruppo dirigente “temporaneo” il compito di “traghettare il Partito Democratico di Roma fino al Congresso”. E si è riconosciuto che “l’analisi del voto è uno strumento utile, specialmente quando si perde, se è fatta con serietà e dentro una logica di verità, senza infingimenti e senza strumentalità”.
Direi che si è trattato di un approccio onesto e coraggioso. Così come è stato coraggioso riconoscere da parte del coordinatore romano che il risultato del PD ci dice innanzitutto che “noi non siamo stati giudicati come l’alternativa credibile a Berlusconi ed ai suoi alleati, che di fronte ai gravi problemi del Paese, alla crisi che continua a mordere, noi non rappresentiamo una speranza” per la parte a cui ci rivolgiamo. Ed è giusto riconoscere che nel “Lazio abbiamo perso e abbiamo perso male”.
Ho letto con attenzione le conclusioni che sono seguite a queste premesse, ma confesso che non le condivido a pieno.
O meglio, condivido le preoccupazioni per un partito che, soprattutto dove non è mai esistito, come nelle province, è poco più della somma dei comitati elettorali dei suoi candidati, tanto che il rapporto tra preferenze e voti di lista è ormai avviato ad essere di uno a uno, con un PD a poco più del 20%. E noto anche io come tutti, a conferma di questo dato, che siamo ormai un partito che mantiene consensi solo nei grandi centri urbani. Consensi che vengono da un voto d’opinione formato attraverso l’informazione e non grazie alla nostra presenza sui territori e alle nostre proposte. Nonostante la buona volontà e l’impegno di molti militanti.
Condivido a pieno, inoltre, il disgusto venuto da più parti per i manifesti di ringraziamento fatti da alcuni candidati che sono un insulto ai tanti militanti dei nostri circoli, dal momento che i circoli e le zone versano in condizioni economiche e finanziarie disastrose.
Ma io non sono convinto che quello di Roma sia un buon risultato. Certo, il vantaggio sul centrodestra è calato in termini assoluti per effetto dell’astensione e la distanza di 10 punti percentuali a due anni dalla vittoria di Alemanno sembra essere incoraggiante. Ma il Lazio è stata la regione in cui l’astensione ha avuto il maggiore incremento rispetto alle Regionali del 2005(-11,78), determinato in gran parte dalle scelte dei cittadini romani: 13,17 punti percentuali in meno. E’ un fatto che ci deve rassicurare?
Inoltre non possiamo dimenticare che il nostro avversario non ha combattuto ad armi pari.
Cosa sarebbe successo se i 41 candidati del PDL fossero stati in campo? Certo siamo rimasti tutti colpiti dal fatto che il centrodestra sia riuscito a far identificare all’elettorato il PDL con una lista civica, spostando su di essa anche centinaia di migliaia di preferenze.
Ma nella nostra discussione cittadina, invece che riflettere su una lista che ci surclassa in appena venti giorni di campagna elettorale, ho sentito solo tuonare molti contro la preferenza unica, con una domanda ricorrente: vogliamo diventare così anche noi?
Ma noi siamo già così!
Vogliamo dire che mentre i candidati fanno la propria campagna elettorale con risorse ingenti il partito non ha i soldi nemmeno per pagare gli stipendi di funzionari e dipendenti che lavorano per farli eleggere? Vogliamo dire che tranne in rari casi (due mi risulta) nessuno di loro ha versato il contributo di diecimila euro chiesto dalla Federazione per la sua sopravvivenza? Quanto avrà speso ciascuno per se stesso? Vogliamo andare a guardare la nostra lista riempita dalle segretarie dei candidati per non dar loro fastidio in campagna elettorale? Vogliamo dire che non c’è stato spazio per una donna e non c’è stata possibilità di reperire risorse per candidare con possibilità alla pari con gli altri nemmeno un trentenne? A proposito di partiti che fanno scelte coraggiose, non so se lo sapete ma in Veneto Luca Zaia governerà avendo portato con sé nella Lega Nord in Consiglio Regionale una decina di under 40 e anche un giovane di 25 anni che non è il figlio di Bossi.
Dicevo del risultato di Roma. Io penso che sia un errore leggerlo come l’unica nota positiva di queste elezioni.
A me non rassicura affatto.
Penso invece che sia pericoloso e illusorio come lo è stato il primo turno delle elezioni comunali nel 2008. E’ stato un voto caricato in modo evidente di un significato nazionale, prima dalle sciocchezze commesse dai rappresentanti del PDL, poi dalla nostra sciocca risposta che ha fatto rimanere per giorni la polemica sui giornali, e infine da Silvio Berlusconi che ha convinto il proprio elettorato (e qualcuno dei nostri) che noi non volevamo consentire un confronto alla pari(talvolta mi chiedo se non sia la verità).
Alcuni politologi hanno osservato che il fenomeno dell’astensione è oramai, per le sue dimensioni, un’espressione consapevole di protesta, più che un disinteresse verso la politica. L’elettorato attendeva risposte alle conseguenze reali o percepite della crisi. Ma in campagna elettorale ci si è occupati di altre questioni, tra queste appunto la presentazione delle liste! Questo ha accelerato la tendenza dell’elettorato più colpito dalla crisi a percepire la politica come inutile, e come inutile sopra ogni cosa l’opposizione, che non ha in mano le leve del potere né la forza di condizionarle. [Si vedano su questo le riflessioni Mario Ajello nelle sue lucide analisi fatte per il PD Lazio]
La mia domanda è a questo punto: nel 2013 parlerà di Roma o ancora di Berlusconi?
Nei prossimi tre anni, peraltro, Alemanno potrà contare su un Governo nazionale e una Regione che lavoreranno per lui. Prima o poi qualcosa la azzeccherà pure. Guardate, la Destra ha una classe dirigente scadente, ma i nostri amministratori uscenti, dobbiamo dircelo, erano ormai consumati, autoreferenziali e condizionati da interessi tutt’altro che collettivi. Nel 2008 non se ne sono andati da soli come sarebbe stato giusto, ci hanno pensato gli elettori.
E ora noi cosa stiamo costruendo in attesa del 2013? Una leadership? Una alleanza? Un programma? Una nuova squadra di amministratori e dirigenti?
Da questo punto di vista la sconfitta del Lazio è stata positiva, perché molti di coloro che sono stati responsabili a vario titolo di questo disastro, finalmente scompaiono dalla scena politica. Gli altri sono ancora in Parlamento.
Però non basta. Così come non basta pensare che a Roma abbiano un nuovo leader naturale, che la strada sarà per lui e per noi in discesa. Intanto perché quel leader naturale, se c’è, non può più nascondersi, e scivolare con nonchalance come se nulla fosse cambiato intorno a lui. Se quel leader esiste e comprende l’enorme occasione che ha di fronte, deve raccogliere la sfida. Costruire in prima persona intorno a sé, da subito, una squadra più larga che avvii il lungo lavoro che ci aspetta, su noi stessi, sul PD e sulla città.
* * *
Sull’analisi dei dati di questo territorio rinvio alle considerazioni di Marino Segnani pubblicate nel sito. Mi permetto di sottolineare poche cose. La distanza tra centrosinistra e centrodestra è di 11 punti percentuali, circa 10mila voti, superiore alla media cittadina. Il nostro è il migliore municipio di opposizione. Anzi, nel deludente voto del PD a Roma, il dato del IV municipio (28,13%) è diventato dal dodicesimo l’ottavo, migliore che in I, III IX e XVII dove pure governiamo. Se la sfida ad Alemanno deve partire da qualche parte, è dal IV Municipio.
% REG10 % EUR09
Roma 27,86 31,64
mun. 6 31,94 33,55
mun. 5 31,04 34,67
mun. 11 30,67 34,60
mun. 16 29,86 33,61
mun. 15 29,07 32,65
mun. 10 29,04 33,46
mun. 7 28,59 32,24
mun. 4 28,13 31,82
mun. 17 28,12 33,05
mun. 1 28,06 31,48
mun. 3 28,01 32,26
mun. 9 27,90 33,41
mun. 19 27,11 30,87
mun. 13 26,97 30,03
mun. 18 26,37 29,78
mun. 2 26,28 30,78
mun. 12 25,68 30,08
mun. 20 23,94 26,30
mun. 8 23,80 28,11
Solo che noi siamo da tempo appassionati ad un altro sport. Quello di beccarci tra di noi “come accade troppo sovente tra compagni di sventura” detto con le parole di Alessandro Manzoni. Ho già citato in passato diversi episodi in cui alcuni dirigenti ed eletti parlano male del PD e bene di se stessi. Noto che recentemente sono aumentati. Insomma, non impariamo nulla.
Ieri ho letto un fondo di Scalfari molto interessante. Mi scuserete se le cito ma mi sembrano parole quanto mai opportune: “in tempi ormai remoti i due grandi partiti nazionali della Prima Repubblica avevano un invidiabile radicamento nel territorio. Come mai gli eredi di quelle due tradizioni politiche non sono riusciti a coniugare la concezione nazionale del partito e il suo radicamento territoriale? La ragione è molto semplice e la storia ce la racconta. La Dc era radicata nelle parrocchie, nelle associazioni cattoliche, negli oratori, nelle cooperative bianche. Il Pci ricavava invece quel radicamento dal fatto che i comunisti erano licenziati dalle fabbriche o mandati nei reparti di confino. Occupavano le terre insieme ai contadini, morivano sotto il piombo dei mafiosi insieme agli operai scioperanti nelle zolfare siciliane e nelle cave calabresi. … Il radicamento sul territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. Se quella condivisione non c’è e al suo posto c’è separatezza, il contenitore è una scatola vuota e il gruppo dirigente galleggia appunto nel vuoto. Non è questione di età, di giovani o vecchi, di donne o di uomini, di settentrionali o di meridionali, di colti o meno colti. È questione di creare una comunità e viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano come proletari e in mezzo ai proletari. Se non c’è comunità, se non si sa suscitarla, non ci sono partiti ma gusci vuoti in balia della corrente. Anzi delle correnti. Questo è il problema del Pd. Mancano i don Milani e i Di Vittorio d’un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose cambierebbero in quest’Italia di maschere e di generali senza soldati”.
Come voi, ho parlato con molti elettori in questa campagna elettorale. Ho trovato molta confusione e tuttavia, insieme, una grande lucidità nella richiesta generalizzata di sostituire al più presto una classe dirigente logora e compromessa a livello nazionale. Diciamo che in molti casi è l’ultima cosa che ci chiedono, dopo di che quelli che non l’hanno già fatto minacciano di guardare altrove, soprattutto a Di Pietro, che “non è di sinistra ma almeno fa opposizione”.
Voglio chiarire che non mi riferisco alla scelta del segretario nazionale. E’ veramente inutile metterlo in discussione ogni sei mesi, soprattutto se tutti gli altri rimangono sempre al proprio posto!
Per quanto mi riguarda vorrei occuparmi di parlare nei prossimi mesi con gli elettori delusi del IV Municipio. Probabilmente questo è incompatibile con le polemiche sui giornali e con il tentare di coordinare persone che in gran parte non vogliono essere coordinate perché pensano che io non sia all’altezza o perché hanno un tale consenso personale da non sentirne il bisogno. Probabilmente non sono davvero all’altezza di farlo. Tuttavia, soprattutto gli eletti ne avrebbero un gran bisogno.
Vorrei ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato e dato consigli in questi mesi difficili. Coloro che hanno sempre partecipato e dato un contributo spesso superiore al mio. Lo farò personalmente perché non mi piacciono i voti dati in pubblico.
Chiudo dicendo che non mi tiro affatto indietro. Anzi, credo in questo modo di rinnovare e rendere la mia presenza più incisiva. Ma più utile.
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